Su riforme e dintorni, dopo forte e gotti tedeschi
Per E. Letta la cattedrale della ripresa si costruisce coi mattoni della crisi
E’ in tempi di crisi che ha senso fare le riforme oppure no? Il dibattito è in corso da tempo, è vero. Tuttavia, il modo in cui, in queste settimane, ne hanno parlato sul Foglio, anche in dialettica tra loro, Forte, Savona, Boldrin e Gotti Tedeschi stimola più di una riflessione. Enrico Letta, responsabile Welfare del Pd

E’ in tempi di crisi che ha senso fare le riforme oppure no? Il dibattito è in corso da tempo, è vero. Tuttavia, il modo in cui, in queste settimane, ne hanno parlato sul Foglio, anche in dialettica tra loro, Forte, Savona, Boldrin e Gotti Tedeschi stimola più di una riflessione. La prima riguarda la finanza pubblica. In dodici mesi di crisi l’Italia si è mangiata quattordici anni di “finanziarie con le forbici”. A metà degli anni Novanta eravamo attorno al 120 per cento del rapporto debito-pil. Siamo arrivati al 104 per cento dopo l’ultimo aggiustamento targato secondo governo Prodi. Una discesa progressiva, con una media di un punto in meno di debito all’anno. Frutto di sacrifici e grandi difficoltà. Risultato dell’impegno di otto ministri dell’Economia. Invece, sono bastati dodici mesi per azzerare ogni progresso. E l’anno prossimo saremo, di nuovo, alla casella di partenza. Tutto come prima. Con un debito intorno al 120 per cento del prodotto interno lordo. E con in più l’aggravante, psicologica quasi, che quello che negli anni Novanta era, nell’agenda pubblica, il tema per eccellenza oggi è semplicemente un non-tema.
Il ministro Tremonti argomenta che il peggio è passato e che anche tutti gli altri paesi avanzati stanno ricorrendo all’indebitamento. Però il dato sul quale noi dobbiamo riflettere è un altro, è la fragilità del sistema italiano. Quattordici anni di sforzi collettivi, da destra e da sinistra, dal mondo dell’impresa e da quello del lavoro, dal Nord al Sud, spazzati letteralmente via. E ora? Mi viene da dire che, se non affrontiamo adesso il nodo delle riforme strutturali, probabilmente non lo faremo mai più. Perché oggi la sensazione dell’emergenza è diffusa nella società e forse anche nella classe dirigente. Perché oggi la politica è tornata centrale e riesce a esprimere governi forti. E di fronte a una chiamata alla responsabilità in nome dell’interesse generale chi potrebbe tirarsi indietro? Nessuno. A patto naturalmente che lo sforzo collettivo sia finalizzato a un ambizioso progetto condiviso.
Per meglio descrivere la metafora alla base del mio libro “Costruire una cattedrale” ho fatto ricorso a un’immagine efficace evocata da Pietro Nenni in Parlamento negli anni Cinquanta: “Due operai stanno ammucchiando mattoni lungo una strada. Passa un viandante che s’informa sulla natura del loro lavoro. Uno modestamente risponde: ‘Sto ammucchiando mattoni’. L’altro esclama: ‘Innalzo una cattedrale!’”. Il senso è chiaro: la motivazione e l’impegno nascono dalla sensazione di partecipare, in prima persona, a una grande realizzazione della comunità. Ecco, per uscire dalla crisi, oggi abbiamo tutti bisogno di stare dentro un progetto-paese di lungo periodo, condiviso e impegnativo. Soprattutto ne abbiamo bisogno per uscirne più forti e competitivi.
Lo dimostra la vicenda Fiat, che utilizzo qui come esempio per la mia seconda riflessione. Proviamo a rispondere ad alcuni interrogativi. In tempi normali, Obama avrebbe chiamato, in diretta televisiva dalla Casa Bianca, la Fiat? Gli Stati Uniti l’avrebbero accolta come stanno facendo? E la Germania avrebbe avallato l’operazione con Opel? Sarebbe potuto nascere il secondo gruppo automobilistico del mondo guidato da Torino? In tutti i casi la risposta è probabilmente negativa. No, in condizioni ordinarie, non sarebbe andata così. Invece, con la crisi – o meglio per la crisi –tutto ciò è possibile e auspicabile.
E’ un auspicio, questo, che può applicarsi perfettamente al resto dei nostri problemi: utilizzare la fase di emergenza per cambiare quello che non funziona più e che da anni blocca l’Italia. La crisi – è questa la terza riflessione – mette a nudo i limiti di un paese che, negli anni, ha sistematicamente rinviato le riforme essenziali. Non è un caso che lo stato europeo che meglio sta resistendo alla crisi stessa sia la Francia. Lo dicono le cifre e lo suggeriscono le sensazioni. Ma qual è la sua carta in più? Prima di tutto un welfare state costruito con lungimiranza nei decenni, che oggi rende più resistente la società francese e, a cascata, più competitivo il sistema produttivo e vivace il trend dei consumi. Un welfare originale, con venature latine e scandinave. Un welfare che ha al centro la persona – soprattutto le donne e i bambini – e non il maschio di mezza età, come capita da noi.
Non sono d’accordo, quindi, con Sacconi quando spiega che queste riforme si potranno iniziare dopo la crisi. Se oggi è il tempo di “costruire cattedrali” partire da questi temi renderà più agevole coinvolgere tutti nei sacrifici che saranno necessari. E sarà meno impossibile il lavoro che, con l’aggravante delle cifre della nostra finanza pubblica, appare come il più difficile del mondo. Quello del ministro dell’Economia che dovrà gestire il dopo crisi.
Il ministro Tremonti argomenta che il peggio è passato e che anche tutti gli altri paesi avanzati stanno ricorrendo all’indebitamento. Però il dato sul quale noi dobbiamo riflettere è un altro, è la fragilità del sistema italiano. Quattordici anni di sforzi collettivi, da destra e da sinistra, dal mondo dell’impresa e da quello del lavoro, dal Nord al Sud, spazzati letteralmente via. E ora? Mi viene da dire che, se non affrontiamo adesso il nodo delle riforme strutturali, probabilmente non lo faremo mai più. Perché oggi la sensazione dell’emergenza è diffusa nella società e forse anche nella classe dirigente. Perché oggi la politica è tornata centrale e riesce a esprimere governi forti. E di fronte a una chiamata alla responsabilità in nome dell’interesse generale chi potrebbe tirarsi indietro? Nessuno. A patto naturalmente che lo sforzo collettivo sia finalizzato a un ambizioso progetto condiviso.
Per meglio descrivere la metafora alla base del mio libro “Costruire una cattedrale” ho fatto ricorso a un’immagine efficace evocata da Pietro Nenni in Parlamento negli anni Cinquanta: “Due operai stanno ammucchiando mattoni lungo una strada. Passa un viandante che s’informa sulla natura del loro lavoro. Uno modestamente risponde: ‘Sto ammucchiando mattoni’. L’altro esclama: ‘Innalzo una cattedrale!’”. Il senso è chiaro: la motivazione e l’impegno nascono dalla sensazione di partecipare, in prima persona, a una grande realizzazione della comunità. Ecco, per uscire dalla crisi, oggi abbiamo tutti bisogno di stare dentro un progetto-paese di lungo periodo, condiviso e impegnativo. Soprattutto ne abbiamo bisogno per uscirne più forti e competitivi.
Lo dimostra la vicenda Fiat, che utilizzo qui come esempio per la mia seconda riflessione. Proviamo a rispondere ad alcuni interrogativi. In tempi normali, Obama avrebbe chiamato, in diretta televisiva dalla Casa Bianca, la Fiat? Gli Stati Uniti l’avrebbero accolta come stanno facendo? E la Germania avrebbe avallato l’operazione con Opel? Sarebbe potuto nascere il secondo gruppo automobilistico del mondo guidato da Torino? In tutti i casi la risposta è probabilmente negativa. No, in condizioni ordinarie, non sarebbe andata così. Invece, con la crisi – o meglio per la crisi –tutto ciò è possibile e auspicabile.
E’ un auspicio, questo, che può applicarsi perfettamente al resto dei nostri problemi: utilizzare la fase di emergenza per cambiare quello che non funziona più e che da anni blocca l’Italia. La crisi – è questa la terza riflessione – mette a nudo i limiti di un paese che, negli anni, ha sistematicamente rinviato le riforme essenziali. Non è un caso che lo stato europeo che meglio sta resistendo alla crisi stessa sia la Francia. Lo dicono le cifre e lo suggeriscono le sensazioni. Ma qual è la sua carta in più? Prima di tutto un welfare state costruito con lungimiranza nei decenni, che oggi rende più resistente la società francese e, a cascata, più competitivo il sistema produttivo e vivace il trend dei consumi. Un welfare originale, con venature latine e scandinave. Un welfare che ha al centro la persona – soprattutto le donne e i bambini – e non il maschio di mezza età, come capita da noi.
Non sono d’accordo, quindi, con Sacconi quando spiega che queste riforme si potranno iniziare dopo la crisi. Se oggi è il tempo di “costruire cattedrali” partire da questi temi renderà più agevole coinvolgere tutti nei sacrifici che saranno necessari. E sarà meno impossibile il lavoro che, con l’aggravante delle cifre della nostra finanza pubblica, appare come il più difficile del mondo. Quello del ministro dell’Economia che dovrà gestire il dopo crisi.
Enrico Letta, responsabile Welfare del Pd